JASON BLUM: una conversazione col game-changer del cinema horror (e non solo)

Jason Blum a Locarno 75 © Tosi Photography.

E’ il 2000 quando l’allora trentunenne Jason Blum fonda la Blumhouse Production, casa di produzione che cambierà le regole del gioco nella scrittura, produzione e distribuzione cinematografica in nome del basso budget e della totale libertà creativa concessa a sceneggiatori e registi.

Prima però l’esperienza come direttore di produzione per Malaparte, compagnia teatrale no-profit fondata con l’amico Ethan Hawke (che diventerà frequente collaboratore di Blumhouse), produttore esecutivo per Miramax ed indipendente per Warner Bros.
E’ qui, nelle rigide e poco lungimiranti logiche e politiche degli studios che Blum matura la convinzione che ci sia qualcosa da cambiare alla radice della catena che porta dal copione alla sala, nel processo e nel sistema, eliminando la variabile di controllo e ristrutturando il rapporto tra artista, produttore e distributore. La scintilla, però, nasce da un insanabile rimpianto:

JASON BLUM: Nel 1998 ricevetti una videocassetta che conteneva una preview di The Blair Witch Project, che di lì a poco avrebbe esordito al Sundance Film Festival. Mi chiesero se la compagnia per cui lavoravo allora volesse acquistarne i diritti e distribuirlo, ma a me parve un film senza potenziale e futuro al box office, così lo respinsi. Una piccola casa di distribuzione comprò i diritti e il film fruttò 250 milioni di dollari: io non dormii per una settimana. Quando fondai Blumhouse venni a conoscenza del copione di un film di fantasmi destinato a finire diretto in DVD. Ebbi le stesse sensazioni di Blair Witch, così ne comprai i diritti e lo produssi immediatamente. Si chiamava Paranormal Activity…

Una specie di redenzione, insomma…

JB: Il fatto è che intanto avevo lavorato e maturato esperienza sufficiente per capire che il sistema con cui lavoravano gli studios e la logica dei grossi budget non funzionava ed andava aggirata… Paranormal Activity (prodotto con 15mila dollari, ne ha incassati 200 milioni ndr) è stato il mio “eureka!”…

Jason Blum a Locarno 75 © Tosi Photography.

Un’illuminazione nata e sviluppatasi primariamente nel genere horror…

JB: I grandi produttori e distributori di Hollywood hanno una visione piuttosto rigida e ristretta del cinema di paura, loro conoscono una dozzina di elementi “che spaventano” e puntano a cercare di ricreare quelli allo sfinimento. Io credo invece che l’elemento horror sia la ciliegina sopra alla torta del film, sotto devono esserci strati narrativi, spesso drammatici, personaggi con identità e umanità ed una storia che coinvolga a prescindere dallo spavento. Uno spavento che poi, quando arriva, ti coglie di sorpresa…
Pensa alla scena di Get Out in cui i due protagonisti investono il cervo… In quel momento il loro dialogo è intenso, coinvolgente, tu vieni assorbito dal contesto e non ti aspetti l’impatto. Questo è il modo in cui deve arrivare lo spavento: quando il film ti ha catturato e stai pensando a tutt’altro…

A proposito di Get Out e Jordan Peele, come è nata la vostra collaborazione?

JB: Jordan e il suo film d’esordio sono il perfetto esempio della filosofia di Blumhouse: era una sceneggiatura originale, spiazzante, che però molti produttori avevano respinto perché appariva come poco “vendibile”. Io, leggendolo, non sapevo se avrebbe fatto un buon incasso ma sapevo una cosa: era interessante.
Partendo dai presupposti low budget di Blumhouse, e quindi non rischiando troppo in termini di investimento, è stato possibile realizzarlo. Con presupposti differenti sarebbe rimasto nel cassetto forse per sempre.

Qual è il profilo di regista ideale per il mondo Blumhouse?

JB: Un regista frustrato! (ride ndr) Davvero, non c’è niente di meglio di un regista che ha avuto qualche passaggio a vuoto e vuole tornare in sella. Prendi James Wan: dopo Saw aveva diretto un paio di film di scarso successo. Con noi ha fatto Insidious ed il successo del film lo ha rilanciato come mai avrebbe immaginato…

Lo stesso vale per M. Night Shyamalan, giusto?

JB: Esattamente. Lui era stato scaricato da Hollywood dopo il flop di alcuni film con budget oceanici. Quando nel 2014 ho letto la sceneggiatura di The Visit ho rivisto il talento di chi aveva scritto Il Sesto Senso, non il regista nell’oblio hollywoodiano. Poi abbiamo proseguito a collaborare con Split e Glass, altri due successi. Ora però è tornato alla ribalta e si è dimenticato di me… (ride ndr)

Comunque, in generale, il nostro dogma è lasciare libertà creativa ai registi, in modo che si sentano più coinvolti, che dialoghino con noi e così il film può evolvere in modo naturale.

Una produzione indipendente ed una distribuzione affidata agli studios una volta che il film è pronto. E’ questa la rivoluzione Blumhouse?

JB: Non so se chiamarla rivoluzione, ma l’essenza è questa! Il fatto è che gli studios prima fanno concludere il copione agli sceneggiatori, poi stabiliscono il budget e sulla base di questo tornano indietro a tagliuzzare scene e stravolgere la scrittura. Così il film non è più quello che doveva e voleva essere, per chi lo ha ideato. E questo fa impigrire gli autori, perché sanno che non vedranno mai la loro creatura come l’avevano immaginata ma una versione mutilata.
Noi imponendo in partenza un budget ridotto invertiamo il processo, stimolando la creatività degli autori. Diciamo: “questi sono i soldi che abbiamo a disposizione, ora spaventaci” (ride nrd)

Se il budget è all’osso, a quale settore del film se ne destina la maggior parte?

JB: Io cerco di pensare ad un triangolo con ai vertici location, momenti dialogici ed effetti speciali: solo uno di questi tre elementi può costare qualcosa in più, gli altri due dovranno essere per forza di cose low cost.

Qual è invece l’elemento che vi porta a rifiutare uno script?

JB: Se allegato al film non c’è un buon regista, non se ne fa nulla. Ad esempio quando ho letto la sceneggiatura di Black Phone non ero entusiasta, mi sembrava debole. Ma Scott Derrickson era dietro al progetto e ci credeva fortemente. Per me questa era una garanzia sufficiente ed è stato prodotto. Torno ancora al trauma di The Blair Witch Project: ho imparato a fidarmi più di registi e dei collaboratori che delle mie sole sensazioni!

Blumhouse ha prodotto anche molti remake, reboot e sequel di saghe horror famose, dai nuovi Halloween a The Town That Dreaded Sundown e Firestarter, passando per i numerosi seguiti de La Notte Del Giudizio. Sono dei formati spesso un po’ criticati e tacciati di scarsa originalità…

JB: Sai, per me realizzarli è un modo di smontare il cinismo di molte persone rispetto ai remake e sequel. Cerco di fargli cambiare idea, di mostrargli che si può reinventare la Storia rispettandola, con i racconti e gli autori giusti.
Inoltre, il mio desiderio è quello di realizzare storie che saranno ascoltate da molte persone e in questo il richiamo di franchise come Halloween è ineguagliabile. Ovviamente la conditio sine qua non era il coinvolgimento di Carpenter, che doveva approvare il rilancio e, come speravo e come è accaduto, dare attivamente il suo contributo. Il fatto che abbia composto una versione del celebre theme appositamente per Halloween Kills la dice lunga su come abbia sostenuto il progetto.

Come è stato il primo contatto con John Carpenter?

JB: E’ una storia divertente. E’ iniziato tutto con una telefonata e John che in modo scorbutico esordisce così: “PERCHE’ DIAVOLO VUOI FARE UN ALTRO HALLOWEEN?”. Gli ho risposto che il film sarebbe stato fatto con o senza di lui e di me, e quindi la scelta era tra vederlo uscire, e probabilmente avrebbe fatto schifo, oppure provare a farlo insieme. John chiude così la telefonata borbottando: “CI PENSERO’ SU!”. Pochi giorni dopo ho ricevuto una chiamata dal suo agente che mi ha detto: “John è d’accordo”.
Ne è nata una bella amicizia, qualche mese fa è venuto a cena a casa mia e di mia moglie, avevamo fatto preparare una cena elegantissima e sofisticata, lui ha guardato i piatti, li ha rimandati indietro e ha detto: “portatemi solo uova strapazzate e un bicchiere di latte”. Un personaggio unico!

Jason Blum a Locarno 75 © Tosi Photography.

Blumhouse non è solo horror però: Blackkklansman e Whiplash sono stati due trionfi…

JB: Se ho lavorato con Spike Lee per Blackklansman è ancora merito di Get Out… A Spike è piaciuto molto, ad entrambi affascinava tremendamente la storia e il libro di Ron Stallworth e quindi la collaborazione è scattata. Spike è il regista di gran lunga più intenso e vulcanico con cui abbia lavorato in tutti questi anni!
Whiplash invece amo definirlo “la versione Sundance di un film horror”: io e Jason Reitman avevamo prodotto il corto antecedente di Damien Chazelle e dopo l’ottima accoglienza al festival abbiamo deciso di produrne la versione lunga. Un altro film respinto da una miriade di produttori, se non ricordo male era addirittura in blacklist. E’ uno dei successi Blumhouse di cui vado più fiero.

Cosa pensa della tendenza a distribuire numerosi film direttamente ed unicamente sulle piattaforme streaming?

JB: E’ qualcosa che mi addolora… Per fortuna ho la sensazione che stia iniziando una leggera inversione di tendenza e che si sia capita l’importanza sia artistica che finanziaria del passaggio dei film in sala. Ammiro chi supporta l’uscita al cinema, è davvero l’unico mezzo per tenere alta l’asticella della qualità dei prodotti. Altrimenti, sarà un progressivo ed ulteriore peggioramento della qualità.

A che punto è l’atteso remake de L’Esorcista?

JB: E’ in corso la preproduzione del primo atto di una trilogia. Spero che venga ripercorsa la strada di Halloween: difatti alla regia c’è ancora David Gordon Green e ancora una volta abbiamo coinvolto chi ha reso grande l’originale. Ellen Burstyn sarà protagonista come lo è stata Jamie Lee Curtis nei nuovi Halloween. Sono molto eccitato e non vedo l’ora di mostrarvi la nostra versione di questo classico!

Jason Blum a Locarno 75 © Tosi Photography.

Ci lasci con un altro piccolo spoiler sul futuro Blumhouse?

Jason Blum: Abbiamo preso i diritti per il remake di un film horror olandese, un piccolo cult. E anche per una serie che parla di un mito africano molto, molto inquietante. Per ora non posso aggiungere altro…

 

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