Recensione di Sermon to the Fish, il film prodotto da Carlos Reygadas in Concorso al Locarno Film Festival 2022.

 Balıqlara xütba (Sermon to the Fish) ©Ucqar Film

Una scena del film Balıqlara xütba (Sermon to the Fish) ©Ucqar Film.

SCHEDA DEL FILM

TITOLO ORIGINALE: Baliqlara xütbe
REGIA: Hilal Baydarov
CAST: Rana Asgarova, Orkhan Iskandarli, Huseyn Nasirov
DURATA: 89 min.


RECENSIONE

Davud torna dalla guerra. Del suo villaggio e della sua famiglia è rimasta solo sua sorella.
I paesaggi desolati, deserti ed inquinati che li circondano sono infestati da fantasmi e allucinazioni dei traumi passati…

E’ il film più estenuante ed angoscioso del Concorso Internazionale di Locarno, ma anche il più bello: Sermon to the Fish diretto dal regista azero Hilal Baydarov e prodotto dal maestro messicano Carlos Reygadas (Japón, Our Time, Post Tenebras Lux) dilania e incanta, fa soffrire da morire ma ricompensa con un lavoro monumentale e nichilista di due anime isolate e perse, tormentate e disorientate da spettri di ciò che hanno appena vissuto, la guerra lui, la solitudine e la povertà estreme lei.
Balıqlara xütba (Sermon to the Fish) ©Ucqar Film.

Una scena del film Balıqlara xütba (Sermon to the Fish) ©Ucqar Film.

Sono i personaggi ritornanti dei precedenti due lavori di Baydarov, In Between Dying e Crane Lantern (passati rispettivamente dal Festival di Venezia e quello di Tokyo) che affrontano nel loro atto finale, cinematografico e di esistenza, il conto delle perdite e lo scarto tra una sopravvivenza ed una vita.
Il loro esperto burattinaio li invischia in inquadrature pittoriche, minuscoli come insetti che arrancano tra pozze d’acqua corrotte dalle infiltrazioni petrolifere industriali ed una casa che ricorda il mondo prima di guerre e pestilenze. La terza anima errante, ma altrettanto chiave, è un cane che vaga inconsapevole della fine a rappresentare l’ultimo residuo ricordo di affezione, esplorazione e fedeltà.

La regia e la fotografia più ammalianti del festival accompagnano lunghe sequenze statiche, alcune di un’afflizione straziante, insostenibile, ma cariche di potenziale catartico e di distaccata compassione per l’essere umano allucinato, affamato e rassegnato. Emblema è la disperazione di lei che cerca negli alberi, nella strada, nei muri della casa in fin di vita dei vani interlocutori di un mondo che non parla più o forse lo fa altrove.

Sermon to the Fish, eccellenza visiva ed emotiva, è aria putrida che prosciuga e avvelena ma anche il cinema più inebriante respirato tra i 17 film in concorso.

Luca Zanovello

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