THE CONJURING – IL CASO ENFIELD, una recensione ‘paranormale’

Il poster italiano di The Conjuring – Il caso Enfield

La paura si annida nella quotidianità, nei rumori strani della casa o nelle azioni imprevedibili delle persone.
Da questo assunto prende le mosse buona parte della produzione horror moderna, quella che – per intenderci – guarda la rivoluzione operata da L’esorcista e cerca di mantenerla sempre attuale, declinandola in pellicole dal grande appeal commerciale ma anche dalla forte carica di tensione.
La paura, per questa diramazione del genere, non deriva dall’impressione, dal gore o dallo splatter, ma da una gestione dei tempi narrativi volta a creare suggestioni che restino stampate nella memoria. Era il caso dell’ottimo Insidious, faceva ancora meglio lo strepitoso Sinister di Scott Derrickson.

The Conjuring – Il caso Enfield è scritto e diretto da James Wan, filmmaker australiano capace di diventare uno degli esponenti più eclettici e talentuosi del filone orrorifico mainstream, grazie ad opere quali Saw – L’EnigmistaDeath SilenceThe Conjuring e la saga di Insidious.

Il secondo capitolo dedicato ai coniugi Warren ha l’innegabile merito di andare a parare su atmosfere completamente diverse rispetto alla versione del 2013. Ci troviamo nel borgo londinese di Enfield, dove una famiglia sostiene di subire, giorno e notte, ripetute aggressioni da una terribile entità demoniaca che ne infesta la casa. I due coniugi Ed e Lorraine Warren (Patrick Wilson Vera Farmiga) vengono contattati dalla chiesa britannica come osservatori dei fenomeni paranormali che si verificano nell’abitazione. Il loro compito, questa volta, non è quello di esorcizzare la tenebrosa presenza ma di dimostrare alle autorità ecclesiastiche, e al mondo intero, che quello che continuano ad osservare non è il frutto di un semplice scherzo – molto elaborato – dei bambini che lì vi abitano.

James Wan non riesce a giocare appieno una trama così intrigante, il cui punto di forza sta nel servirsi dei protagonisti, demonologi di professione, che sono consapevoli e sanno come affrontare lo spirito malefico. Il regista sceglie, infatti, di rinunciare a instillare nello spettatore il dubbio di assistere ad un’imponente messa in scena e svela subito le carte, ritornando su territori ‘ansiogeni’ a lui più confortevoli. Sappiamo che esistono i demoni, li vediamo sin da subito, eppure i personaggi sembrano inermi, talmente concentrati ad scovare prove da non vedere gli indizi posti letteralmente sotto il loro naso. Il twist finale, se si presta attenzione agli sfondi, alle scritte, in secondo piano, è facilmente prevedibile e costituisce il momento forse più debilitante del film.

Eppure con The Conjuring – Il caso Enfield qualche salto sulla poltrona è garantito, benché si tratti solo di Jump Scares prevedibili e inevitabilmente rumorosi.

The Conjuring – Il Caso Enfield | Photo: courtesy of Warner Bros. Entertainment Italia

Durante l’intero lungometraggio il meccanismo della paura si muove seguendo lo stesso schema: un’azione che dovrebbe essere naturale acquisisce un comportamento innaturale (macchinine che si muovono da sole, crocifissi ribaltati, telecomandi che cambiano canale senza che venga schiacciato alcun tasto); successivamente il regista ristabilisce una situazione di calma ‘razionale’, fino a che all’improvviso si manifesta il male oscuro. Una volta capito il gioco di James Wan i momenti topici o clou peccano di efficacia.

È curioso come, dopo giorni di possessioni, all’ennesima visione venga chiesto ancora, con scetticismo, alla giovane protagonista – “che cosa vedi? Sei sicura?” – così come l’utilizzo dei cliché non sia in grado di rendere svelta la vicenda senza banalizzarla.

Intendiamoci, The Conjuring – Il caso Enfield non è da considerarsi un horror deludente. Ci sono alcune scene davvero notevoli: una comprende un quadro particolarmente suggestivo e un gioco tra luci e ombre molto originale, l’altra è un bellissimo piano sequenza in cui viene rivelata la ragione della possessione (dire di più sarebbe spoilerare, ma la riconoscerete). Eppure ci si aspettava decisamente di più, soprattutto da un artista del calibro di Wan, che ha iniziato la sua carriera sconvolgendo e osando, ma che ultimamente sta concentrando le sue energie, rinunciando ad innovare, per realizzare blockbuster (vedi Fast & Furious 7) dal forte impatto sul boxoffice.

Consigliato a: tutti coloro che vogliono ammirare un horror che suggestioni senza però turbare particolarmente i sogni; una visione che terrorizzi solo tra le mura di una sala.

Gabriele Lingiardi
Recensione pubblicata anche su CineAvatar.it

 

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