Under-the-skin_manifesto

“Under the Skin” viene portato a Venezia 70 quindi presentato a Toronto 2013. Arriva nei cinema dopo 12 mesi di gestazione, affronta la prova del pubblico ad inizio stagione. I suoi concorrenti sono per lo più Blockbuster, quei film ricchi di nomi noti, con plot testosteronici, in cui c’è un gran bel mix di azione e battute. “Under the Skin” pare quindi non avere rivali, poche inquadrature bastano a individuare il suo target.

Il film di Jonathan Glazer vuole attrarre intellettuali, radical chic in cerca di cinema poetico, denso di metafore, per nulla fracassone, con una vena cupa, carica di solitudine e tristezza pseudo-realistica. La fantascienza è pressoché un pretesto per narrare una storia che non è scritta da Ishiguro o Murakami; luce, fotografia e ambienti aspirano al gotico (ci sembrano la versione sfortunata di “Non lasciarmi”); e si sente forte e chiaro l’intento di ingraziarsi lo spettatore.

Photo: courtesy of BIM

Photo: courtesy of BIM Distribuzione

Jonathan Glazer si fa le ossa nel mondo dei videoclip, quelli dall’atmosfera magica, intellettuale, elevata e ricercata. Suoi sono alcuni video di Nick Cave, dei Radiohead e soprattutto dei Massive Attack e il suo stile lo ritroverete oggi nella parte fanta-clou di “Undeer the Skin”, terzo lungometraggio che non mi pare riesca a raggiungere la promozione. Il regista non è, infatti, ancora in grado d’intrigare una platea per un paio di ore. Ho, invece, il dubbio che se avesse confezionato un corto di una quarantina di minuti, avrebbe potuto regalarci un buon lavoro.

Potrebbe avere un po’ di responsabilità anche la storia da cui è tratta la pellicola (il romanzo omonimo dello scrittore olandese Michel Faber), che non ho letto (e – purtroppo – dopo l’insofferenza provata in sala, l’idea di affrontare la versione cartacea non mi attrae per nulla), come potrebbero essersi persi pezzi e sfaccettature durante il delicato passaggio dalla carta al video. Sta di fatto che “Under the Skin” è lento, soporifero, ripetitivo, carico di inspiegabili silenzi, senza grandi eventi, non di forte impatto visivo e senza suspense.

Photo: cuortesy of BIM distribuzione

Photo: cuortesy of BIM distribuzione

La bellezza e il talento della giovane Scarlett Johansson non sono sufficienti a travolgerci e a non farci provare insoddisfazione per una trama che dalla sinossi pareva stuzzicante, diversa e curiosa. Invece, la storia dell’aliena, determinata predatrice, che indossa la pelle di una di noi per catturare le sue prede, non fa paura a nessuno. Ho udito commenti in favore di una sottile e intelligente ironia nei confronti dell’attuale società globalizzata, che avrebbe creato orde di persone tristi, insicure e prive di direzione, ma mi devo essere persa – al pari dei protagonisti – perché queste sfaccettature non le ho percepite, anzi ho provato un misto di stupore e fastidio una volta giunta alle battute finali, corredate di un sottotesto che si presta a interpretazioni che trovo sgradevoli.

Che il regista sia stato troppo sottile, troppo delicato e abbia riposto troppa fiducia nel pubblico? Oppure si tratta di un silente fanta-on the road condito di velato snobismo? O, più banalmente, è solo un tentativo maldestro che non ha centrato l’obiettivo di farci provare desolazione, angoscia e molta curiosità? O, da ultimo, la stanchezza mi ha giocato un tiro mancino? Perché qualcosa non mi quadra e, nonostante siano trascorsi molti mesi, stranamente, non mi sento ancora pronta a una seconda e più approfondita visione :(

Vissia Menza

Under The Skin - Trailer Ufficiale