Storie dalla Divina Commedia. Canto primo, la lonza

Oggi come oggi il termine lonza fa venire una gran bella acquolina alla bocca, ed in effetti una ricerca con questo termine su “Google immagini” restituisce una successione di piatti a prova di Alka-Seltzer.

C’è stato però un tempo, da noi lontano cronologicamente, in cui quelle cinque letterine in successione (o loro varianti inglesi o francofone) identificavano un animale, e non il taglio di carne di parte di esso (in sintesi, il contrario esatto di una sineddoche). A ricordarcelo, pensa un po’, provvede una lettura del canto I dell’Inferno, come a sottolineare che di Dante – rimanendo in ambito suino – non si butta via niente.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

(Inferno, I, 31-33)

Prima di precipitare a far due chiacchiere sulla lonza, consentitemi un momento di rispettoso silenzio: in quel “Ed ecco” c’è tutta la grandezza del Poeta dal naso imponente (il che me lo rende ulteriormente simpatico). Nelle terzine precedenti, infatti, il terrore ispirato dalla selva oscura che aveva colto l’Alighieri  si era leggermente diradato: “Allor fu la paura un poco queta”. Serviva dunque ridestare una sensazione di pericolo per introdurre le tre fiere, un cambio di emozione che è dura prova anche per i moderni narratori. Dante ne esce con sei lettere: “Ed ecco”. Se provo a immaginare il Boccaccio intento in una lettura dantesca (eh, già, il Boccaccio era un po’ come il Benigni odierno), me lo raffiguro con voce improvvisamente squillante e profonda erompere in questo “Ed ecco”.

L’incontro di Dante con la lonza nella incisione di Gustave Doré

Ma, dicevamo, la lonza.

A sette secoli di distanza si dibatte ancora non solo sul significato allegorico della bestia, ma persino sulla zoologia: i critici si sono sostanzialmente divisi in due schieramenti. Da una parte chi sostiene che trattasi di leopardo (ed il pel macolato sembrerebbe una prova decisiva), dall’altra chi propende per una raffigurazione della lince (quella carina con i ciuffetti sopra le orecchie).

Lungi da me attribuire all’una o all’altra corrente la più corretta interpretazione. E’ bello sottolineare che, nei bestiari medievali (magnifici!) la “loncia” è “animale crudele e fiera e nasce de coniungimento carnale del leone con lonza o vero de leopardo con leonissa” e che, soprattutto, “sempre sta in calura d’amore et in desiderio carnale“.

Anche il Boccaccio, nelle sue Esposizioni, mostra di conoscere la caratteristica principale della lonza: “par che si debbano intendere per questi, cioè per la lonza il vizio della lussuria…”

Infine, un documento del 1285 racconta che a Firenze fu esposta nei pressi del palazzo comunale una lonza; ancora una volta, non siamo in grado di determinare se si fosse trattato di leopardo o lince, ma di certo l’immagine sinuosa del felino colpì l’immaginazione dell’allora ventenne Dante.

In sintesi estrema, se l’Alighieri avesse avuto a disposizione non una gabbia comunale con felino ma Discovery Channel, nella Divina Commedia avrebbe trovato senza alcun dubbio posto il bonobo.

Alfonso d’Agostino


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