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Un romanzo americano, una storia di provincia, un mondo fatto di agio e opportunità che porta una serie di persone, legate per motivi diversi, a sedersi sugli allori e a credere che tutto sia loro concesso, è il fulcro di una vicenda che Paolo Virzì vuole mostrare nella sua universalità. E, in effetti, complice la globalizzazione e l’informatizzazione, le situazioni sociali, le truffe, le bancarotte, e molto altro, accadono nel medesimo modo ai quattro lati del Pianeta.

Con le migliori intenzioni, e con l’autore del romanzo coinvolto nel progetto, il regista di casa nostra porta l’America nel cuore della Lombardia, nella mecca degli affari italiani, in un luogo che dovrebbe essere immaginario, specchio di molti posti tutti uguali, palcoscenico perfetto in cui possono accadere saghe familiari come quella narrata nel “Capitale Umano”, ma… l’ingranaggio ogni tanto s’inceppa.

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Il libro rimane, per ora, un oscuro oggetto del desiderio (in attesa che gli scaffali delle librerie vengano riforniti), il film invece è chiaro: Virzì vuole elevare il nostro cinema e ha tutte le carte per riuscirci. Ha una buona trama, un cast strappato ai migliori teatri della penisola, e un territorio perfetto per fare da sfondo a un noir da nuovo millennio. Ville immerse nel verde, luoghi isolati, nebbie mattutine che svanendo svelano segreti che era meglio rimessero nell’oscurità, ma c’è un non-so-che poco convincente.

Qualcosa mi sfugge e qualcosa dopo la chiacchierata di ieri mi è più chiaro: perché compiere scelte che, agli occhi dei lombardi (e non solo) suonano come stonature facilmente evitabili? Perché imporre ai protagonisti improbabili accenti, ai limiti della caricatura, che oramai non si odono neppure sull’ultimo alpeggio? Perché ricreare una Brianza fittizia utilizzando molti scorci della vicina e pur sempre lombarda (ma non brianzola!) e florida Varese? E, dati i natali americani della storia, a questo punto perché non ambientare la versione nostrana direttamente nella città prealpina?

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Tanti i dialoghi forzati (sicuramente la cadenza non ha aiutato), che affievoliscono il pathos, nonostante una suddivisione in capitoli che dovrebbe rafforzarlo e nonostante quel cast ricco di grandi attori italiani (Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Bebo Storti e molti altri); e tanti, forse troppi, i generi introdotti a ogni cambio di prospettiva: dopo l’inizio leggero che strappa sorrisi, si passa al dramma, quindi si scivola nel melò e sul finale si toccano punte di grottesco. Il mio dubbio è se fosse un esperimento: effetto voluto oppure l’indecisione ci ha messo lo zampino?

È davvero un peccato, il messaggio poteva essere forte, alcuni passaggi potevano tramutarsi in duri schiaffi a una società che ha talmente oltrepassato il limite del buon senso da scommettere sulla rovina del proprio Paese, luogo in cui portare sul lastrico amici e nemici non provoca più problemi di coscienza, in cui mantenere la parola data è divenuto un nonsenso e in cui le emozioni devono essere utili e funzionali. Personaggi dalla moralità assente, che si muovono in una giungla in cui la scala di valori si è capovolta ma nessuno pare crucciarsene. Insomma, uno scossone mancato. Senza quelle imperfezioni sarebbe stata una opera raffinata e alta, così è un film dignitoso e godibile che però non colpirà quanto basta per passare agli annali.

Il Capitale Umano di Paolo Virzì - Clip ufficiale "Direttore artistico"

n.d.r. Cliccando qui potete leggere qualche riga sulla presentazione milanese del film