La scatola nera di Amos Oz

Gentilissimo Amos Oz,
Non sono solito indirizzare una missiva all’autore di un libro, ma sono stato più o meno costretto: il Suo primo libro che ho avuto la fortuna di affrontare è stato “La scatola nera”, un romanzo epistolare. E la forma di comunicazione andava dunque, in qualche misura, soddisfatta.

Prima di tutto, mi consenta (si, lo so, in Italia è formula piuttosto abusata…) di farLe i miei migliori complimenti per il titolo: l’idea di associare lo sviluppo delle vicende dei protagonisti all’aggeggio dedicato alla raccolta dei dati di rotta e navigazione di un aeroplano ha del geniale. E siccome la scatola nera viene cercata in particolare dopo un incidente, ecco la connessione: la storia di Alec e Ilana è quella tipica di un matrimonio finito tra avvocati e rancori terribili, a cui sono seguiti sette anni di totale silenzio.

Il filo di un dialogo interrotto, come ben sa, si riannoda in virtù delle difficoltà che occorrono al figlio della coppia, divenuto uno sbandato adolescente nonostante le cure della madre e del suo nuovo compagno; ecco quindi che il concetto di navigazione si estende, e che la sctola nera prende a registrare non soltanto il volo dei due protagonisti ma una infinità di altre tracce, ognuna con la sua rilevanza e la sua dignità.

Mi premeva comunicarLe come, secondo il mio modestissimo parere, ci siano libri buoni per tutte le stagioni, e ci siano anche romanzi che andrebbero letti soltanto in ben precise condizioni. Questa Sua opera non va letta in un periodo di tristezza o pessimismo cosmico, perché son pagine che ti scavano dentro. A lungo. Ma sono pagine che mi hanno cresciuto, e che mi sento di consigliare.

Mi accingo a mettere gli occhi su un ulteriore capitolo della Sua produzione letteraria, con la speranza di ritrovarmi – fra qualche giorno – ad indirizzarle una nuova missiva.

RingraziandoLa per l’attenzione, e per le Sue parole
Alfonso


 
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