L’aereo, ah, l’aereo è invece alluminio lucente, l’aereo è davvero saltare il fosso,
l’aereo è sempre “The Spirit of Saint Louis” ,”Barone Rosso”
(F. Guccini, “Argentina”)

Volare, oh oh
(D. Modugno, “Volare”)

Eh già, l’aereo ha sempre qualcosa di speciale: sarà l’impressione di essere intenti in qualcosa di assolutamente innaturale per l’uomo, o sarà la distanza con il suolo che fa apparire tutto così piccino e fragile, ma volare riequilibra in qualche modo le distanze. E la storia dell’aviazione è ricchissima di episodi che val la pena raccontare.

Ad esempio, negli anni Trenta la possibilità di colmare distanze che parevano quasi infinite colpì l’immaginazione popolare al punto da organizzare delle vere e proprie gare: la Istres-Damasco-Parigi del 1937 ne fu un esempio perfetto, ed occupò a lungo le prime pagine dei giornali.

Si trattava di competizioni che mettevano a durissima prova gli equipaggi (scordatevi le comodità delle moderne cabine di pilotaggio) e gli aerei, e videro primeggiare l’aviazione italiana grazie ad un velivolo che sarebbe poi stato soprannominato “Il gobbo”. Si trattava del Savoia Marchetti 79, un bombardiere atipico capace di superare una legge fissa dei combattimenti aerei: il caccia è sempre più veloce del bombardiere. Ebbene, il Gobbo sfrecciava a una velocità tale che i suoi piloti cominciarono ad affermare di poter fare vedere i sorci verdi a qualsiasi cacciatore dei cieli.

Era nato un emblema, e gli italiani che si imposero nella massacrante Istres-Damasco-Parigi portavano sulle fusoliera tre simpatici e scanzonatissimi topini verdi. Per darvi una idea del dominio incontrastato, i nostri piazzarono tre aerei ai primi tre posti della graduatoria.

Si sa, la competizione fra piloti da caccia e piloti di bombardieri è più forte di qualsiasi altra contrapposizione, persino di quella fra ingegneri e creativi o di quella, millenaria, fra pisani e livornesi.

I cacciatori poterono finalmente gongolare quando, durante una esercitazione aerea nell’immediato anteguerra, il 20° gruppo del 51° Stormo riuscì finalmente ad intercettare una formazione di SM79 grazie alle prestazioni del nuovissimo Fiat G-50. Qualche ora dopo il tenente Vincenzo Sant’Andrea aveva già prodotto il nuovo distintivo del gruppo, che raffigurava naturalmente un bel micio nero che si spupazza allegramente i tre sorci verdi.

Gli aviatori hanno un bel senso dell’umorismo, i politici no. Un’altra affermazione lapidaria che trova conferma in quel che accadde immediatamente dopo: i Sorci Verdi erano una gloria nazionale per le vittorie di cui vi ho detto, e sbeffeggiarli era una sorta di tradimento. Dopo intense trattative si giunse ad un accordo: il distintivo poteva rimanere sulle fusoliere dei caccia, ma i topolini andavano ridipinti di grigio.

I venti di guerra spiravano sempre più forti e neri, ed il 22 settembre 1940 gli aeroplani dei Gatti Neri partirono per il fronte della Manica. I piloti vollero tornare all’emblema che li aveva uniti, i topolini furono ridipinti di verde e nessuno ebbe il coraggio di dire nulla.

Il distintivo vola ancora oggi su ali italiane, posizionato sugli aerei del 51° stormo di stanza ad Istrana.

Una livrea speciale per un F-104 del 51° stormo in occasione della celebrazione del 50° anniversario di costituzione del 22° Gruppo Caccia