Anche uno svogliato zapping durante l’ennesimo temporale serale, di questa fastidiosa estate dal meteo che passa da un estremo all’altro, può riservare sorprese. Vedere un film di John Woo è sempre un piacere, anche se per reazione si diviene ipercritici e maggiormente esigenti con opere del medesimo genere che si vedano nei giorni a seguire, e scoprire di assistere ad una pellicola persa per ben 8 anni ha dell’incredibile. “Paycheck” è l’opera che per qualche misteriosa ragione credevo erroneamente di aver visto e che mi ha regalato due abbondanti ore di puro ed inaspettato piacere.

Vera e propria partita di scacchi con sé stessi, con la propria mente, e con gli altri giocatori. Una corsa contro il tempo, per ricongiungere i venti tasselli di un puzzle di cui si son cancellate definitivamente le istruzioni. Una lotta per la salvezza propria e non solo. Trama catastrofica (ma non troppo), ricca di action e di bullets. Adrenalinico avventuroso thriller che dimostra come un buono script nelle mani della persona giusta possa rendere sopportabile anche un attore come Ben Affleck, le cui abilità nella recitazione mi lasciano da sempre perplessa.

 

Il segreto di John Woo pare proprio quello di saper scegliere una storia che sia un pochino fanta, ma sempre verosimile e rapportabile alla realtà che vediamo fuori dalla finestra (quindi immedesimazione nostra garantita al 100%), iniettarla di adrenalina, mettere un gruppo di attori a correre di buona lena e schivare pericoli a ripetizione e, ovviamente, reclutare i migliori stuntmen e maghi degli effetti special-esplosivi presenti sul mercato. Questa volta si sono confrontati e spalleggiati, non un gruppo qualsiasi, bensì un cast tanto imponente quanto abile che ha saputo rendere innocua la figura di Aflleck senza peraltro mai rubarsi la scena. Una biondissima Uma Thurman techno-biologa, l’amicone Paul Giamatti, lo spietato Aaron Eckhart, l’agente FBI Michael C. Hall e un Colm Feore appena visto in “Thor” , sono riusciti infatti ad accattivarsi la nostra simpatia e stima spartendosi il palcoscenico con sobrio equilibrio.

Un racconto di Philip K. Dick (Il Labirinto della Memoria) è parso la scelta migliore su cui far ricadere il tocco di Woo per creare una sceneggiatura molto Hollywoodiana, che fosse spettacolare, ricca di tensione e in costante crescendo, senza mai però oltrepassare il limite riuscendo così ad accontentare gli amanti dell’azione, della suspense e dell’happy ending. Ecco spiegato perché ci ritroviamo a seguire le (dis)avventure del geniale Michael Jennings, ingegnere che accetta solo lavori ben remunerati e di cui non ricordi nulla una volta portato a termine il progetto. Quando si troverà braccato dalla polizia, anzi dall’FBI, nonché dai sui committenti ed amici (o presunti tali) dovrà cercare di ricordare ciò che per sua espressa volontà dovrebbe essere eliso per sempre, ma solo scoprendo il proprio passato egli potrà comprendere perché stia lottando per la sopravvivenza.

 

Avvincente ma non roboante, ben intrecciato ma non maniacalmente intricato al punto da necessitare un taccuino per gli appunti ed intrigante ed ironico ma non demenzialmente fine a sé stesso. Questi i pregi e per alcuni i difetti dell’ultima fatica americana del regista che ha dedicato gli ultimi anni alle nuove generazioni portando in Cina la propria esperienza di decadi trascorse in altri luoghi.